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Scatti di scena

Note di regia

Andrea Porporati

Quando ho letto il bel libro di Lino Zani, “Era santo, era uomo”, ho provato subito la sensazione di scoprire il racconto di un’esperienza eccezionale. 

Il libro inizia con il racconto dell’eccezionale visita di un Papa ad uno sperduto e inaccessibile rifugio sul ghiacciaio dell’Adamello. Giovanni Paolo II, accompagnato dal Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini, in un’estate di trent’anni fa, aveva deciso di salire in cima alle montagne, di recarsi sul confine tra cielo e terra. 

All’inizio la visita, per ragioni di sicurezza, viene tenuta segreta, anche perché è bene ricordarlo, poche stagioni prima Wojtyla aveva subito l’attentato di Alì Agca, che gli era costato quasi la vita, ma poi, anche d’accordo con Pertini, il Papa aveva deciso di rivelare alla stampa e al mondo quella “vacanza” e il suo amore per le montagne. 

Protagonisti involontari di quello che diventa un evento mediatico senza precedenti sono i componenti della famiglia che gestisce e vive nel Rifugio della Lobbia Alta, a tremila metri di quota e uno di loro, il giovane Lino Zani, diviene il maestro di sci del Papa, la sua guida su per le vette ed i pendii innevati del ghiacciaio. 

Sarà un incontro che cambierà la vita a Zani, iniziando un’amicizia filiale, con Karol Wojtyla, che è durata fino alla morte di quest’ultimo e ancora prosegue attraverso le memorie e le pagine di questo libro. 

Nessuno potrebbe immaginare persone la cui condizione è più diversa: il Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica, il polacco che sta per cambiare la geopolitica universale e contribuire alla fine della Guerra Fredda, e il ragazzo italiano cresciuto fin da bambino ad una quota in cui l’aria è sottile ed è difficile respirare, ma dove la bellezza è sovrana, lontano dal mondo, in uno sperduto rifugio alpino tra Lombardia e Trentino. 

Ma i due, così diversi, scoprono qualcosa che li accomuna, la passione per le montagne e per quello che c’è oltre. Qualcosa di invisibile, di inesprimibile, ma che spinge gli alpinisti a rischiare tutto pur di arrivare in cima e guardare oltre la vetta, anche se di là non c’è niente che si possa vedere con gli occhi. 

Lino sogna di scalare le vette dell’Himalaya, di salire sul tetto del mondo e quando Wojtyla glielo chiede, cerca di spiegargliene il perché, che cos’è che lo spinge a rischiare la vita per arrivare lassù. E il Papa deve aver trovato in quelle parole di un ragazzo, necessariamente confuse e inadeguate, qualcosa che anche lui condivideva, qualcosa che condividiamo tutti, la spinta misteriosa che fa di noi degli esseri umani, con tutti i limiti che abbiamo, quel voler cercare il mistero della nostra vita, facendo cose meravigliose e apparentemente assurde come scalare una vetta. 

Per venti anni poi Lino Zani ha accompagnato il Papa su per le montagne. Hanno parlato di molte cose, quel rapporto filiale è cresciuto, è divenuto un’amicizia, seppure nel rispetto delle differenze di età e ruolo. Lino ha confessato al Papa i suoi limiti, le vicissitudini e le difficoltà della sua vita di relazione, ne ha ricavato in cambio una guida e un conforto fermi e affettuosi, che lo hanno sostenuto attraverso molte prove, compreso un incidente, la caduta in un crepaccio, che gli è costato quasi la vita. E il Papa ha talmente creduto in Lino e nel suo sogno, da affidargli il compito di donargli una croce da portare in cima alle vette himalayane che avrebbe scalato, di farne il suo “apostolo delle montagne”. A sua volta Lino è stato vicino al Papa anche durante la sua lunga malattia, aiutandolo a tornare a salire sulle montagne che amava, anche quando la sua condizione di salute lo avrebbe confinato nella prigione dell’infermità. 

Mi è sembrata subito una storia straordinaria e ci ho sentito qualcosa di mio e spero che ogni spettatore possa trovare in questo film qualcosa che gli appartiene, anche se non è mai salito su una montagna. Quella ricerca di libertà, avventura, incontro col mistero che ognuno di noi cerca in tante cose, in una scalata appunto o in un amore, in un’impresa sportiva, in un viaggio, magari persino in un film. 

Devo dire che il compito di restituire questo sentimento attraverso l’occhio di una macchina da presa mi è parso subito impervio. 

Grazie a una serie di “miracoli” è stato possibile riuscirci. Il primo di tutti è stato l’aiuto dello stesso Lino Zani, che ha fatto da mentore e guida sulle sue montagne, a me per primo, ma anche agli interpreti e alla troupe, riuscendo nella folle impresa di portare sessanta persone e i mezzi tecnici necessari in cima a un ghiacciaio, su quella stessa cima, si chiama Cresta Croce, su cui lui e Wojtyla si erano arrampicati trent’anni prima. 

Il secondo miracolo è stato di essere affiancato da produttori che hanno creduto in questa avventura e ci hanno accompagnato lassù, fornendoci i mezzi e soprattutto l’esperienza realizzativa e organizzativa necessaria, la De Angelis Media e Rai Fiction. 

Il terzo l’aver trovato il sostegno di tre grandi talenti d’attore. Interpretare Karol Wojtyla è un compito quasi impossibile. Ci è riuscito Aleksei Guskov, straordinario attore russo, molti lo ricorderanno come protagonista nel grande successo internazionale de “Il concerto”. Chiamare una star come Guskov per partecipare al mio film, mi riempiva di spavento, lo confesso. Ho cercato di organizzare un incontro con Aleksei per parlargli del film, ma era difficilissimo incastrare una data tra i suoi molti impegni e alla fine, pur di non perderlo, mi sono ridotto a proporgli una conversazione… via Skype. Con mio sollievo e sorpresa, Guskov si è messo a ridere ed ha accettato subito. Abbiamo parlato così, attraverso un computer e una linea internet e ho trovato in lui, appena gli ho detto di che si trattava, un interesse immediato, una grande partecipazione per il progetto e per lo straordinario personaggio che era chiamato a interpretare. La settimana successiva era Roma per una prova costumi. Il lavoro con lui è stato una esperienza unica, per me e per la troupe: era così convincente il “suo” Wojtyla che una volta, dopo una scena particolarmente drammatica del film, mi sono visto costretto a ricordare a tutti che quello che avevano davanti e al quale non osavano accostarsi, per ritoccargli il trucco o prendere il fuoco, non era il Papa sofferente, ma Aleksei, il nostro attore. 

Compagno fraterno d’avventura e interprete brillante, di grande talento e sensibilità, e, non da ultimo, spericolato alpinista Giorgio Pasotti ha preso su di sé il compito di impersonare Lino Zani e di scalare le montagne al suo posto per il film. Il suo lavoro sta là, sullo schermo, ma credo che le scene tra lui ed Aleksei vadano oltre lo spazio evanescente di un’immagine proiettata e scavino in una materia molto più profonda. Devo ringraziare Giorgio per essermi stato accanto in ogni scena, costruendo questo film assieme a me, attore, ma grazie alla forza della sua recitazione, vero coautore. 

E devo ringraziare Claudia Pandolfi, che impersona Angela, l’amore della vita di Lino, per un’interpretazione sensibile e appassionata, di una donna di grande carattere. Claudia e Giorgio hanno messo in scena un rapporto tumultuoso e coinvolgente, una passione conflittuale e gentile, che colora il film di uno sguardo femminile, affettuoso e anticonvenzionale, che ogni volta ribalta tutte le prospettive “maschili” del suo compagno e lo costringe a confrontarsi con lei, a cambiare, a rinunciare alle sue certezze, a mettersi in gioco nella vita quotidiana di un amore, più di quando deve salire in cima all’Everest. 

E devo infine essere grato a ogni interprete del cast. Non posso ricordarli tutti, ma Giuseppe Cederna, Ugo Dighero, Katia Ricciarelli e Luigi Di Fiore, Fabio Fulco, Samantha Capitoni, Laura Adriani, Matteo Azchirvani e tutti gli altri hanno dato a questo lavoro impegno, calore, talento, simpatia e soprattutto hanno lasciato dentro questa storia qualcosa di loro. 

Non posso non ricordare poi i miei collaboratori più stretti, da Eleonora Martinelli che ha condiviso con me la sceneggiatura e i suoi ricordi personali, a Alessandro Pesci per una fotografia che ha saputo rendere la luce mutevole del cielo sulle montagne, a Stefano Chierchiè che ha montato il film come uno spartito musicale, a Beatrice Scarpato che ha ricostruito mezzo mondo, dai giardini del Vaticano ai campi sull’Everest e a Barbara Daniele, la mia aiuto regista che ha portato una troupe a lavorare in capo al mondo con la stessa affidabilità e precisione che nella tranquillità e sicurezza di un teatro di posa. 

Un riconoscimento ammirato e affettuoso va infine a Maurizio De Angelis, che ha composto e diretto un commento musicale che racconta più di ogni altro elemento del film quella cosa misteriosa, inesprimibile a parole, che sta oltre la vetta. 

Un grazie infine alla Rai, e in particolare a Eleonora Andreatta, a Pino Corrias e a Fabrizio Zappi, che hanno creduto in questo progetto “impossibile” e lo hanno sostenuto e a Guido, Nicola e Marco De Angelis e a tutta la loro squadra che lo hanno reso non solo possibile, ma bello e importante per tutti noi.

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